The Incident

The Incident

Recensione di Antonio Giambartino;

Quando si parla di un “concept” è vietato pensare al singolo brano o ascoltare l’album in più riprese. Bisogna avere, per quest’opera, almeno un’ora di tempo libero, silenzio e isolamento totale dal resto del mondo, bisogna anche avere il giusto umore. Quando si guarda un film d’autore bisogna essere predisposti, attenti, aver voglia di capire e di trovarvi significato.

The Incident è concepito proprio come un film, diviso in tanti momenti, alcuni drammatici, malinconici, altri di speranza, di rabbia. Sono sicuramente questi i sentimenti che hanno sempre ispirato i capolavori della storia della musica. Non ho mai dato priorità ai testi nei miei ascolti di musica rock. Il genio del compositore, secondo me, deve stare proprio nel farmi entrare nel vivo dell’argomento con le sole note, con la sapiente distribuzione dei diversi momenti musicali.

Un album che parla di “inizio” e di “fine” , una realtà con la quale dobbiamo misurarci tutti i giorni, un incidente che può capitare a tutti e dopo la vita non è più la stessa.

The Incident

I – Occam’s Razor (1.55)
Prorompente, metallico, non adatto ad orecchie non abituate al metal, introduce senza preamboli l’atmosfera drammatica del cd.

II – The Blind House (5.47)
L’introduzione con chitarre distorte viene placata dopo pochi secondi dalla voce di Steven Wilson. Voce triste, malinconica ma allo stesso tempo giovane, fresca, magica.

III – Great Expectations (1.26)
Brano breve e semplice, quasi pop. Il titolo e la chitarra in crescita mi ricordano un po’ uno di quegli “inizi” citati da Wilson, così come il brano successivo..

IV – Kneel and Disconnect (2.03)
..nel quale proprio di un inizio si parla: “start a new career”.

V – Drawing the Line (4.43)
È qui che il concept musicale riacquista corpo ed energia. Ritmi iniziali calmi e tranquilli, con voce soft, che pian piano crescono sfociano nel ritornello più corposo e deciso e nell’assolo di chitarra conclusivo. “drawing the line”, “taking control”, dà l’idea di qualcuno che riprende il controllo di se stesso.

VI – The Incident (5.20)
Il punto più alto di tutto l’album, non per nulla il brano che dà il titolo all’opera. Da giudicare esclusivamente per la musica, e soltanto dopo per le parole. Io lo identifico con una giornata della vita di un uomo, o con un periodo buio, pervaso da ossessioni, da monotonie, rumori, fastidi, insofferenze. Voglia di fuggire da una prigione che hai costruito da solo e di cui hai perso la chiave.. e poi finalmente la liberazione: un coro di voci armoniose, un crescendo musicale malinconico ma pieno di speranza e il grido “I want to be loved”. Semplicemente commovente.

VII – Your Unpleasant Family (1:48)
Brano breve e intenso, anche in questo caso ascolto solo la musica… Il testo proprio non saprei come inserirlo nel contesto, dovrei leggerlo ancora. Ma l’assolo di chitarra Gilmouriano che chiude il brano è fantastico.

VIII – The Yellow Windows Of The Evening Train (2:00)
Magia e pace, ricordi di infanzia, il sorriso di un bimbo, nell’ideale film che sto vedendo queste sono le immagini che mi scorrono davanti.

IX – Time Flies (11:40)
Il brano centrale dell’album. Musicalmente perfetto e dichiaratamente pinkfloydiano, vi si trovano infatti influenze del periodo Animals – The Wall . Il sogno della mia vita, vedere una volta David Gilmour e Steven Wilson insieme.. le due generazioni che hanno dato vita alle più belle note della storia.

La canzone è lunghissima e divisa in più momenti, parti acustiche e ritmiche, con sapiente dosaggio di sintetizzatori ed effetti, segno che, anche dopo la svolta metal, i Porcupine Tree hanno ancora molto da dire con l’elettronica.

Nei testi qualche piccola perla di saggezza: “You realize time flies / And the best thing that you can do / Is take whatever comes to you”.

X – Degree Zero Of Liberty (1:45)
Lo stesso accordo di chitarra distorta che apre l’album, si presta adesso ad una variante più addolcita che serve ad introdurre il brano successivo.

XI – Octane Twisted (5:03)
È l’antitesi del brano “The incident” . Un dolce arpeggio di chitarra e una voce pacata accompagnata da una doppia voce in falsetto, non lasciano immaginare che di lì a poco si scateni una drammatica rincorsa, una vera fuga di chitarra ritmica e solista che alla fine si ferma con un punto interrogativo.

XII – The Séance (2:39)
Ancora quiete dopo la tempesta, un nuovo inizio, o un ritorno agli inizi. In questo malinconico brano viene ripreso il tema musicale iniziale di Octane Twisted, spezzando la tensione creata da quest’ultimo. Malinconia si, ma le chitarre acustiche, e le doppie voci in falsetto evocano comunque sentimenti di speranza.

XIII – Circle Of Manias (2:18)
Altro brano in cui si fondono monotonia, ossessioni, rumori e suoni elettronici sapientemente miscelati al metallo delle chitarre di Wilson.

XIV – I Drive The Hearse (6:41)
È il brano che chiude l’opera. Pacato, dolce, malinconico. Preferirei anche qui giudicarlo senza conoscerne bene i testi, anche perché è un brano triste, ma non certamente funereo.
Ma del testo non posso non citare: And silence is another way / Of saying what I wanna say / And lying is another way / Of hoping it will go away / And you were always my mistake.

Il cd si chiude così, con una “fine” che non è una fine, ma ti lascia con il fiato sospeso, con tante cose ancora da dire e la voglia di ricominciare ad ascoltarlo.

Flicker

Il brano, sia pur di eccellente esecuzione, mi sembra qualcosa di incompleto. Forse appositamente creato per lasciarti la curiosità, per spingerti a gustare il resto del secondo disco.

Bonnie the Cat

È l’evoluzione che molti si aspettavano dopo l’ep Nil Recurring.
Un inizio tutto sommato ancora “porcupiniano”, in cui si percepiscono le eteree tastiere di Barbieri, ma nel quale finalmente spiccano con tutta la loro bravura Gavin Harrison e Colin Edwin. Oltre il terzo minuto assistiamo letteralmente ad una esplosione, qualcuno tira fuori paragoni con i Meshuggah. Io non saprei, so soltanto che Wilson & Co riescono a navigare in tutti i mari della musica, anche quelli più tempestosi, come questo brano, senza mai affondare, senza mai perdere la propria identità.

Black Dahlia

Musicalmente avrebbe potuto trovare tranquillamente posto nel concept. Sarebbe stato un giusto tributo a Barbieri che ne ha scritto la musica.
È uno di quei brani che riascolto volentieri due, tre volte consecutive, troppo belli per finire così presto. L’effetto sulla voce di Steven, le tastiere, la delicatezza delle chitarre evocano i vecchi Porcupine Tree.

Non trovo paralleli, nemmeno nei testi, con il libro e con il film Black Dahlia, tra l’altro nemmeno uno dei migliori di Brian De Palma.
Ma se mi chiedete se il titolo è azzeccato allora rispondo di si. La canzone è “black”, il colore “non colore” più semplice ed elegante, ed è “dahlia”, un fiore delicato con tanti morbidi petali, come le note della canzone.

Remember Me Lover

Un’altra sapiente miscelazione fra il vecchio e il nuovo, all’inizio atmosfere semplici, voce pacata. Quasi i Porcupine Tree del “periodo pop”.
In un crescendo, stavolta meno improvviso e più prevedibile, possiamo apprezzare il suono metallico della chitarra per poi tornare a strofa e ritornello precedenti.
Intorno al sesto minuto un prorompente finale metallico, ancora in stile Nil Recurring. Bello, ma io avrei voluto qualcos’altro a chiusura di questo capolavoro. Forse sarebbe bastato cambiare la sequenza dei brani.


Poco importa.. il mio lettore è su repeat continuo.. il prossimo brano è Occam’s Razor!!!

Recensione di Ed Sander;

Due anni dopo la release dell’acclamato album Fear of a Blank Planet, i Porcupine Tree ritornano con un’altra release di qualità. The Incident consiste in due dischi, il primo è un unico ciclo-flusso di canzone da 55 minuti (‘The Incident’, appunto) e il secondo contiene altri venti minuti di composizioni della band non correlati al concept.

Come Steven Wilson ha spiegato nell’intervista con DPRP, il ciclo della canzone principale tratta i temi di incidenti di cui ha avuto esperienza che hanno cambiato la vita e altri incidenti che i media tendono a minimizzare in maniera disumana. In questa recensione non mi addentrerò ulteriormente nel concept; per favore fate riferimento a questa intervista soltanto per gli altri interessanti dettagli dell’album.

Dopo il successo della lunga e complessa ‘Anesthetize’ nel precedente album, Steven Wilson ha accumulato l’esperienza e la sicurezza per comporre una canzone lunga un album che scorre come un unico pezzo. A essere sinceri, in realtà ci sono due o tre momenti (come subito dopo ‘Time Flies’ e prima di ‘I Drive the Hearse’) dove il flusso non è continuo ma è interrotto da uno o due secondi di silenzio. Questo paio di punti a parte, la maggior parte delle canzoni fluiscono lisce senza alcun tipo di cucitura. Volendo fare qualche comparazione, questo album sarà per i Porcupine Tree quello che Misplaced Childhood è stato per i Marillion, o Dark Side of the Moon e The Wall per i Pink Floyd, ‘Supper’s Ready’ per i Genesis e Subterranean per gli IQ. Non è un confronto qualitativo, semplicemente anche in questi album c’è un ricorrersi di vari temi musicali, proprio come in The Incident.

Il riff pesante che apre l’album in ‘Occam’s Razor’ ritorna in ‘The Blind House’ e ‘Degree Zero of Liberty’, mentre la traccia successiva contiene una melodia che pure ritorna nelle due canzoni seguenti. In realtà, il flusso delle quattro canzoni che vengono dopo ‘Time Flies’ è talmente ben fatto che dovrebbero a mio parere essere considerate a tutti gli effetti un’unica traccia epica da 12 minuti. Tutto questo non rende semplicemente The Incident il lavoro più coerente di sempre della band, è anche senza dubbio il motivo per cui questo ciclo di canzoni mi piace così tanto, perché è proprio ciò che mi aspettavo/ciò che fa per me. Gli album con canzoni corte che confluiscono l’una nell’altra con temi che si ripetono e rivisitano mi fanno davvero impazzire. Mi prenderei a occhi chiusi un album di questo genere piuttosto che un album dei Transatlantic.

Non andrò a parlare di ogni singola canzone visto che anche i miei altri compagni recensori avranno già abbastanza da dire a riguardo. Mi permetto solo di dire che musicalmente The Incident riassume tutto quello che i Porcupine Tree sono e sono stati, riutilizza tutti i diversi stili che la band ha sperimentato durante la sua ventennale esistenza. Quando cerco di spiegare com’è davvero il gruppo a chi non conosce i Porcupine Tree, di solito gli faccio sentire ‘Blackest Eyes’, in quanto tocca praticamente tutti i punti forti della band in quattro minuti: parti heavy metal, parti acustiche, armonie vocali, momenti psichedelici e ambient, tutto il complesso lavoro che c’è dietro.

The Incident è così, attraversa in 55 minuti così tanti stili diversi che la band di fatto ci sta dando l’album più diverso e vario della loro discografia. Al tempo stesso comunque la musica è molto distinguibile e “tipicamente” di marchio Porcupine Tree, il che vuol dire che la band non cerca di rifarsi ad altri gruppi ma si mantiene come auto-metro di misura.

Nell’album ci sono moltissime chitarre acustiche, uno dei motivi per cui mi ricorda il periodo di Lightbulb Sun. L’inizio di ‘Time Flies’ (l’ode di quasi 12 minuti ai Pink Floyd di Animals) sembra un po’ un punto d’incontro tra la seconda metà di ‘Last Chance to Evacuate..’ e le melodie vocali di ‘Stars Die’. Parti più in là di ‘Time Flies’ hanno la stessa atmosfera di ‘Russia On Ice’ (parte centrale). Ma sono distinguibili tante altre parti di altri album; qualche suono e qualche stile è stato “usato” in ‘Hatesong’, ‘Tinto Brass’, ‘What Happens Now?’, ‘In Formaldehyde’, la sezione finale di ‘Anesthetize’, il pulsante synth dell’opening di ‘Sleep Together’, i taglienti riff di ‘Mother and Child Divided’ e i suoi strambi ritmi, solo per citarne alcune. Ma c’è spazio anche per alcuni pezzi che suonano come ‘Insurgentes’ (la canzone, non l’album) e Blackfield (la band, non l’album, non la canzone) nel secondo disco. Riassumendo, questo album ha un forte trademark Steven Wilson/Porcupine Tree, ma fortunatamente mai troppo da sfociare nel totale auto-plagio.

In The Incident ci sono quattro brevi strumentali dalla più heavy ‘Circle of Manias’ alla psichedelica ‘Yellow Windows of the Evening Train’. E ovviamente c’è una larga parte strumentale anche in ‘Time Flies’. Questo è un cambiamento che ho apprezzato, venendo da due album molto pieni e carichi liricamente, ed è un altro motivo per cui The Incident suona più equilibrato.

Come già detto, il secondo disco contiene altri quattro pezzi. La band ha deciso di metterli in un EP separato da fare comunque uscire assieme al ciclo principale di The Incident invece che più tardi, come è successo con Nil Recurring. Steven Wilson spiega i motivi di questa scelta nell’intervista  e sebbene magari ci voglia un po’ per abituarsi all’idea, credo che sia stata una scelta saggia. Queste quattro tracks, composte da tutta la band, sono molto diverse. Sebbene debba ammettere che la melanconica ‘Flicker’ o ‘Black Dahlia’ probabilmente non raggiungano qualitativamente il materiale di The Incident, sono comunque buoni pezzi di musica che se la giocano con altre eccellenti “B-Sides” di Recordings. Le tracce più interessanti sono comunque ‘Bonnie the Cat’ e ‘Remember Me Lover’. La prima ha una linea di basso così minacciosa che posso solo descriverla come da “Cavaliere dell’LSD” (lett: “Cavaliere su LSD” invece che “a cavallo”. NdT) e uno stile vocale in cui ogni sillaba segue un beat di batteria. ‘Remember Me Lover’ è una piccola epic con il consueto approccio cinico alle relazioni che abbiamo già visto in album come Stupid Dream e Lightbulb Sun o in canzoni come ‘The Start of Something Beautiful’ e ‘Open Car’.

Questo nuovo lavoro da 75 minuti dei Porcupine Tree ha il difficile compito di succedere a un album come Fear of a Blank Planet. Non ho dubbi a credere che ci saranno fan che si riterranno delusi, ma a parer mio la band ha messo a segno un altro ottimo colpo. Per me la coerenza, la consistenza, la varietà e la composizione di The Incident sono proprio ciò che speravo fossero portati a comporre. Mi sentirei persino di osare a dire che se da una parte Fear contiene alcune delle migliori canzoni della band di sempre, il ciclo di The Incident è in generale una delle migliori cose che la band ci abbia composto da sempre. Il secondo disco funge semplicemente come una buonissima serie di bonus tracks a questo lavoro. Raramente valuto un lavoro più di 9/10, ma sento che questo col tempo diventerà col tempo l’album dei Porcupine Tree che mi farà più piacere ascoltare e quindi dovrò valutare questo The Incident più degli altri album che ho recensito, al pari del suo predecessore Fear, con il secondo disco che porta il voto generale un po’ più in basso a uno stabile 9/10.


Calorosamente raccomandato!