Cristina: Ciao, Steven. Innanzitutto, siamo più che onorate di essere qui con te e che tu sia qui a Roma, questo ci rende felici ed emozionate. Avevamo tantissime domande quando è uscito The Overview. È stata una vera sfida restringere il campo: ne avevamo preparate 12, ma te ne faremo solo tre o quattro. Spero comunque che quelle che abbiamo scelto offrano uno sguardo significativo sul tuo processo creativo.
SW: Ok, scopriamolo.

Cristina: In merito alla realizzazione dei tuoi dischi, tra gli aspetti sul quale ci interessa sempre indagare, c’è il processo creativo posto in atto dietro ad ognuno di essi, e le fasi che lo compongono. Louise Bourgeois, una delle artiste più influenti del secolo scorso, più nota come scultrice, ha dichiarato: “il processo creativo è una forma di esorcismo: un modo per ricostruire i ricordi e le emozioni al fine di liberarsi dalla loro presa”. Kae Tempest invece, prolific* poet*, scritt* e musicista in una recente intervista, ha dichiarato che nella fase creativa tendono ad armonizzare melodie dell’universale e del personale essendo alla costante ricerca di connessione in un mondo disorientante e raccontano la loro ispirazione così: ”creare arte per me non è un’intenzione ma una scoperta; capisco come mi sento lavorando”.
Ti riconosci in uno di questi due approcci creativi? E, come descriveresti il tuo invece?
SW: Dipende. Credo che dipenda da cosa scrivo. Quindi posso sicuramente simpatizzare con l’idea dell’arte come una sorta di esorcismo della rabbia, delle emozioni, della nostalgia, del rimpianto, tutte cose che hanno avuto un ruolo fondamentale in gran parte della mia musica. Ma, per esempio, prendi l’album attuale, The Overview: è più un’osservazione sull’umanità, parla della Terra, del nostro posto nel cosmo e di questa idea di prospettiva. Quindi non è qualcosa di personale per me, è qualcosa di universale per tutti.
Quindi non potrei onestamente dire che The Overview sia un esorcismo di qualcosa che viene da dentro di me. Si tratta di qualcosa che mi interessa. È una domanda che mi sono posto molte volte, e non ho una risposta brillante da darti, perché non lo capisco davvero io stesso, e non sono sicuro che qualcuno lo capisca davvero. Si può intellettualizzare ciò che costituisce gli esseri umani, perché per molti versi è ciò che ci separa da tutte le altre specie sul pianeta. Creiamo arte, e siamo l’unica specie che lo fa. Perché lo facciamo? Perché abbiamo bisogno di creare qualcosa e di vederci riflessi in quello specchio condividendolo con altre persone? È il nostro ego? È qualcosa di più esistenziale? È il bisogno di dare in qualche modo un senso al dono della vita? E penso che, tra tutto, tornerei soprattutto su questo concetto. Piuttosto che essere più specifico al riguardo, penso che sia in generale il mio modo di creare, e penso che, come persone che creano arte, sia il nostro modo di cercare di dare un senso al dono della vita, perché la vita è qualcosa che in realtà non ha alcun senso. Siamo qui per 70, 80, 90 anni. La nostra vita essenzialmente: anche questo è ciò di cui parla The Overview. Nel continuum spazio-temporale, le nostre vite sono prive di significato, assolutamente prive di significato. E più comprendiamo i numeri, il posto che occupiamo nello spazio e nel tempo, e parlo di esseri umani, e il posto che ognuna delle nostre piccole vite occupa in questo grande continuum… si deve cercare di dargli un senso, credo. A cosa servo io? Qual è lo scopo della mia piccola vita in tutto questo? Per molti anni, creare musica è stato l’unico modo in cui potevo spiegarlo. Ora ho una famiglia, quindi ho un altro modo per spiegarmelo, in un certo senso. E penso che questo mi abbia reso una persona più completa, una persona molto più appagata. Ma nonostante ciò, anche se ho una famiglia, ho ancora questo bisogno di cercare di capire cosa sono, chi sono io, cosa siamo noi, cosa sia questa esistenza. E penso che The Overview sia un buon esempio di come io cerchi di capire chi sono o cos’è la razza umana, qual è il vero scopo dell’esistenza. Non essendo religioso, mi sembra tutto molto casuale. Molto casuale. E le probabilità che io sia qui, a quanto ho capito, sono trilioni e trilioni a uno. E le probabilità che io faccia quello che faccio e lo faccia con le persone con cui lo faccio… le probabilità contrarie sono trilioni e trilioni e trilioni a uno. Eppure eccomi qui a farlo: mi dà un senso di finalità. E non è forse questo che tutti cerchiamo? Cerchiamo un senso di finalità. Ora, per quanto mi riguarda, pubblicare la mia musica nel mondo e far sì che persone come me la ascoltino e la apprezzino, è molto importante per me. Ma è anche molto importante per me (e questa è un’altra delle contraddizioni, se vogliamo, dell’arte) che l’arte debba essere creata in modo molto egoistico. Ma perché abbia davvero un significato, deve essere rispecchiata da qualcun altro che ne viva l’esperienza di ascolto. Quindi faccio musica in modo molto egoistico. Non la faccio per compiacere nessuno tranne me stesso. Per niente. Non ci riesco. Ci ho provato: non posso fare musica per compiacere qualcuno. Se non sono contento di una data musica, non posso comporla. Ma allo stesso tempo, c’è quel paradosso: vorrei che gli altri la apprezzassero e rimango deluso quando non lo fanno. Quindi è una sorta di contraddizione costante, una lotta con chi fruisce della musica: perché non ti piace quello che ho fatto? Oppure: sono contento che ti piaccia quello che ho fatto. Quindi non so se questo risponda alla tua domanda, perché è così…
Cristina: Sì, credo che la risposta sia entrambe le cose. È un mix delle due.

SW: È una domanda così esistenziale. Perché fai arte? Tutto nasce dal chiedersi a cosa serva. Qual è il mio scopo? In fin dei conti, faccio cose che mi interessano, che mi entusiasmano e che mi spiegano un po’ di più qual è il mio scopo e perché sono qui. Quindi immagino che sia più o meno quello di cui parlavano i due artisti che hai citato, ma per me è ancora più esistenziale, se vogliamo.
Cristina: Parlando dei due lunghi brani presenti su The Overview, nella title track troviamo l’uso della “spoken word” come filo narrativo che si snoda attraverso la bellissima voce di Rotem Rom Wilson, tua moglie (già coinvolta in The Harmony Codex e The Future Bites). La parola parlata (Spoken Word) si può definire come un’arte performativa di poetica orale. Quando parliamo, non costruiamo una melodia, ma ci focalizziamo sulla creazione di ritmi. La scelta delle parole diventa quindi fondamentale, poiché il modo in cui vengono pronunciate può amplificarne l’impatto, trasformandole in strumenti capaci di veicolare rabbia, frustrazione, umorismo e amore all’interno di un flusso lirico unico e profondamente umano. Allora, come sei giunto a voler inserire la tua versione della “spoken word” nella musica, specialmente in The Overview?
SW: Penso che sia il mio amore per la musica che comprende la “spoken word”, ovviamente se si guarda al panorama del pop moderno e alla “spoken word”… Voglio dire, hai menzionato Kae Tempest, dunque lo spoken word è quasi la norma nella musica di oggi, non è vero? Il rap è predominante, ed è effettivamente la “spoken word”.
Cristina: Oppure pensiamo a Gil Scott-Heron.
SW: Sì, esattamente. Quindi questa idea di comunicare attraverso la parola parlata è diventata una parte importante della musica. Ma ti dico da dove penso che derivi per me: dal cinema. Ho sempre amato la combinazione di immagine e musica. E per me, credo che la potenza di questi due elementi messi insieme possa essere la cosa più potente di tutte. Quando l’immagine, o il dialogo, o la performance, in termini di recitazione, e una colonna sonora che la accompagna, si uniscono… Pensa al finale di Blade Runner, per esempio: il discorso di Rutger Hauer e la musica di Vangelis. Per me, quelle combinazioni di dialogo e musica sono stati alcuni dei momenti più speciali in assoluto. O il discorso di Harry Dean Stanton in Paris, Texas.
Anna Maria: Adoro Paris, Texas di Wim Wenders.
SW: Sì, anch’io. Ma la musica che c’è in sottofondo è parte di ciò che lo rende così… Gran parte del mio amore per i dialoghi deriva dal guardare film e dall’amare il modo in cui musica e dialoghi creano improvvisamente qualcosa che li trascende entrambi, da soli. La musica da sola è fantastica, i dialoghi da soli sono fantastici. Mettendoli insieme, a funzionare insieme, si ottiene qualcosa di ancora più bello e profondo. E penso che tutti quei momenti di spoken word, per me, come ad esempio The Harmony Codex, la traccia che dà il titolo all’album, o l’inizio di The Overview con la voce di Rotem, o la voce di Elton John nel mezzo di Personal Shopper: per me, sono tutti diciamo cinematografici. Per me, sono piccoli momenti di film nella mia musica.
Cristina: La terza domanda era effettivamente sul cinema, e hai già in gran parte risposto…
SW: Tendo a farlo parecchio (ride).

Cristina: È noto che tu sia un amante della cosiddetta ‘settima arte’, la cinematografia, e data anche la complementarità tra musica e arti visive, non hai mai nascosto di essere affascinato dalla composizione per musica da film. The Overview è infatti supportato da un film realizzato appositamente per l’album da Miles Skarin (Crystal Spotlight) già tuo collaboratore in altri progetti, e non a caso il cinema è stato protagonista nei giorni di tour promozionale dell’album.
Lo stesso David Lynch, purtroppo scomparso di recente, diceva: “Cinema is a language, you can say things, big abstract things. Cinema is its own language, and so you can express a feeling and a thought that can’t be conveyed in any other way, it’s a magical medium…I like a story that holds abstractions and that’s what cinema can do.”
Dal tuo punto di vista, cosa ti attrae maggiormente di un’opera filmica? Inoltre, da quale dei registi contemporanei vorresti essere chiamato a scrivere le musiche per un suo film?
SW: Oh, un regista contemporaneo, non del passato! Capisco. Perché si sa chi citerei, dei grandi registi del passato: Kubrick, David Lynch, tutti quelli ovvi. Ma ci sono registi contemporanei di cui sono un grande fan. Adoro Alex Garland, adoro Christopher Nolan, sai, per quanto riguarda i grandi successi cinematografici; è straordinario. Ma chi ho visto di recente?
Cristina: La zona d’interesse di Jonathan Glazer?
SW: Oh, mio Dio. Semplicemente così profondo, incredibile. E anche il suo uso del suono. Penso che la cosa fantastica di Jonathan Glazer sia che capisce come usare il suono. Intendo, l’intero film è incentrato sul suono, non è così?
Cristina: Paul Thomas Anderson, non so se tu lo conosca…?
SW: Sì, certo, fantastico. Quello che dico sempre è che mi piacerebbe davvero incontrare un regista che sia proprio all’inizio della sua carriera e che abbia una visione personale per una qualche forma di cinema, e instaurare un rapporto di lavoro con lui. Perché molti di questi registi di cui stiamo parlando… sappiamo che Jonathan Glazer ha un rapporto consolidato con la compositrice Mica Levy. Molti grandi registi hanno avuto un rapporto quasi continuativo con un particolare compositore di colonne sonore: come Tim Burton con Danny Elfman. Questo tipo di rapporto creativo mi piacerebbe. Mi piacerebbe incontrare qualcuno proprio all’inizio della sua carriera e creare un vocabolario musicale che lo accompagni. Ma non è ancora successo.
Cristina: Mi piacerebbe vederti comporre la colonna sonora per un regista, anzi, due, straordinari e talentuosi: i fratelli D’Innocenzo, Damiano e Fabio. Sono italiani e hanno diretto America Latina e Favolacce. Mi piacerebbe vederti comporre per uno dei loro film.
SW: Non mi sono familiari.
Cristina: Ti manderemo qualcosa di loro.
SW: Mi sembra di non aver citato qualcosa che tuttavia ho visto di recente. Oh, avete visto quel film, All of Us Strangers? Andrew Haigh è il regista. Voglio dire, per qualsiasi film che vedo e che trovo profondamente toccante, mi piacerebbe molto.
Anna Maria: E cosa ci dici di Wim Wenders?
Cristina: Perfect Days è il suo ultimo lavoro.
SW: Sì, ma non ho visto niente di suo da molto tempo. Mi ripeto, è incredibile; ma è uno che ha fatto la storia, ormai è affermato. Mi piacerebbe invece lavorare con qualcuno all’inizio della sua carriera e collaborare con lui per creare questa simbiosi tra le sue immagini e la musica.
Cristina: Non possiamo non chiederti del tour! Quindi, dopo poco più di un mese e venticinque concerti dall’inizio del tour, vorremmo chiederti: come è andata fino ad ora? Quali sono i tuoi pensieri riguardo a tutto, soprattutto considerando che questo è il tuo primo tour solista come Steven Wilson da diversi anni. Cosa ti ha colpito in modo particolare, come la resa sonora dell’esecuzione dal vivo delle canzoni, il legame tra te e i fantastici membri della tua band, o qualsiasi altra cosa e pensiero vorresti condividere con noi riguardo al The Overview tour fino ad ora?
SW: L’ho adorato, davvero adorato. Penso sia il tour più divertente che abbia mai fatto. Ho cercato di fare qualcosa di un po’ diverso, in termini di esperienza per lo spettatore. Il film, ovviamente… presentare il nuovo album con il film è davvero qualcosa di speciale. La band è fantastica. Tutti in questo show, siamo in 25 o giù di lì, la band, la troupe, tutti sono completamente dediti allo show. Lo adorano, lo adorano tutti. Da Alessandro, l’ingegnere del suono dal vivo, dalla casa discografica, a JDB, a chi si occupa delle luci, tutti lo adorano. È completo, e non credo di aver mai provato quella sensazione di completezza, in cui tutti si muovono verso lo stesso obiettivo: creare qualcosa di molto speciale. La risposta onesta è che… personalmente non vado a molti concerti, perché non mi piace molto andare ai concerti degli altri. Mi piace stare a casa ad ascoltare dischi e stare con la mia famiglia e i miei cani, non andare ai concerti. Quindi, in un certo senso, volevo fare qualcosa che mi sarebbe piaciuto andare a vedere. Capite cosa intendo? E qualcosa che catturasse la mia attenzione. È uno spettacolo lungo, dura quasi tre ore. A cosa vorrei assistere, da spettatore? Cosa avrei voluto andare a vedere che catturasse la mia attenzione? Perché quando vado a uno spettacolo, dopo dieci minuti, penso: “Ormai l’ho visto”.
SW: Quindi, ci siamo chiesti, per creare qualcosa di così lungo ma che catturi l’attenzione del pubblico, come potremmo farlo? Beh, creiamo qualcosa, di… ancora una volta quella parola, cinematografico. Cambiamo l’atmosfera, il paesaggio e le dinamiche dello spettacolo.
Non leggo le recensioni. Non ne ho letta neanche una, ma ne sono ugualmente al corrente. La gente mi dice, ehi, ti hanno fatto un’ottima recensione. E vedo ogni sera il pubblico e vedo che adora lo spettacolo; questo mi fa sentire davvero bene. Forse è qualcosa che non hanno mai visto prima, o che non rivedranno mai più. Il mio obiettivo era cercare di creare un’esperienza che gli spettatori non avrebbero potuto vivere da nessun’altra parte. Non si può vivere un’esperienza del genere con nessun altro artista. Ora, non so se sia vero o no, ma questa era la mia idea, facciamo qualcosa per cui la gente verrà a sentirci e penserà, non c’è nient’altro di simile che possa andare a vedere in questo momento. E credo che sia questa la sensazione che provo, che sia proprio questo; vedo il pubblico leggermente sbalordito. Sapete cosa stiamo vedendo succedere qui? Persone che forse non conoscono nemmeno la mia musica. Ogni sera chiedo al pubblico: c’è qualcuno qui che è venuto per caso? E sono davvero curioso di sapere cosa pensano queste persone dello spettacolo. Ma da un punto di vista personale, mi è piaciuto tantissimo. Adoro suonare con questa band, è divertentissimo. Si vede che ci divertiamo tantissimo insieme sul palco. Ci divertiamo un sacco. E tutto nella produzione, nel suono, è come lo volevo io. Quindi sì, mi è piaciuto molto questo tour.

Cristina: Quindi sei soddisfatto oltre le tue aspettative.
SW: Io ho grandi aspettative, ma sì, direi di sì. La cosa divertente è che, finché non abbiamo iniziato a suonare davanti a un pubblico, non sapevo cosa avessimo per le mani. Capisci cosa intendo? Posso pianificare tutto e posso decidere le canzoni, la band e la troupe. E puoi provare e provare e provare, e pianificare e pianificare e pianificare… Ma finché non ti esibisci davvero davanti a un pubblico, non sai davvero cosa hai in mano. Ha senso?
Cristina: Sì, certamente.
SW: Non puoi sapere in anticipo cosa hai per le mani. E dopo solo due o tre spettacoli ho iniziato a pensare tra me e me: “Ok, sì, va bene”. Sono in grado di capire dalla reazione del pubblico a cosa stia assistendo, che è uno spettacolo buono. Che ha funzionato.
Cristina: E hai anche invertito le parti per The Overview.
SW: Dopo il primo concerto? Sì. Perché non aveva funzionato. E non lo sapevo fino al primo concerto, e soltanto poi ho capito che non stava funzionando. La scaletta doveva essere al contrario. Durante tutte le prove, questo era il piano: la seconda metà dello show sarà il nuovo album. Però poi la prima volta che abbiamo suonato davanti a un pubblico, ho capito subito che non funzionava. Lo slancio è svanito. Ed è questo che intendo: finché non lo suoni davanti a un pubblico, tornando a quello che ho detto prima… la musica deve essere riflessa nello specchio. Lo specchio è l’ascoltatore. E finché non lo vedi riflesso nello specchio dell’ascoltatore, non capisci veramente cosa hai creato. E penso che ci sia voluta probabilmente la prima settimana di concerti o giù di lì, per capire completamente. Quindi abbiamo cambiato alcune canzoni e abbiamo cambiato l’ordine dei brani. Abbiamo cambiato un po’ l’illuminazione. E poi siamo giunti a qualcosa che mi dà la giusta sensazione.
Cristina: Riguardo al tour, Anna Maria ha una domanda poetica.
SW: Bene, sono pronto.
Anna Maria: È collegato a quanto hai detto all’inizio. Ma la domanda è: nel viaggio dell’album The Overview, ci incoraggi a osservare la Terra da una prospettiva esterna e distaccata e a riflettere sulla condizione umana. Ora che sei in tour, ti muovi fisicamente sulla superficie del pianeta, eppure hai ancora lo stesso sguardo che guarda oltre l’atmosfera. Qual è la tua percezione del mondo oggi, ora che lo osservi da vicino e lo stai attraversando, tappa dopo tappa? Come si confronta con il modo in cui lo vedevi prima?
SW: È una buona domanda. Non me la sono ancora posta …
Cristina: È una di quelle complicate.
SW: È un’ottima domanda. È qualcosa su cui potrò riflettere più avanti quest’estate, dopo aver finito il tour. Non ci avevo pensato. Essere in tour è una faccenda che ti impegna in modo quotidiano. Non sono sicuro di aver avuto il tempo di riflettere a fondo su come mi sento. Credo che una delle cose che ho davvero… Non sto evitando la tua domanda, ma la sto spostando leggermente su un punto leggermente diverso. Una delle cose di cui sono davvero felice è che questo argomento della prospettiva, della panoramica e dello spazio sembra essere stato davvero compreso dalle persone in questo momento. Penso che sia abbastanza ovvio che per il mondo non sia un momento particolarmente positivo. Mi sembra che molte persone stiano trovando questa idea di… Sai, abbiamo avuto 10, 15, 20 anni di incredibili cambiamenti nell’evoluzione umana. Principalmente a causa di Internet e del modo in cui ha cambiato le nostre vite, che sono quasi irriconoscibili.
Anna Maria: Una rivoluzione.
SW: È stata una rivoluzione come nessun’altra rivoluzione per la specie umana. La TV, la Rivoluzione Industriale, sono state importanti, ma niente ci ha cambiati quanto Internet. Ogni aspetto della nostra vita è stato influenzato da essa. Essenzialmente avrebbe dovuto avvicinarci tutti e rendere il mondo un posto più piccolo. Ma penso che abbia causato tantissimi problemi di prospettiva, problemi esistenziali, problemi con i figli, tutte queste cose. Non voglio entrare nei dettagli perché ne siamo tutti consapevoli. Quindi penso che questa idea di prospettiva, di fare un passo indietro da tutto questo e osservare la Terra dallo spazio, sia qualcosa che ha davvero trovato eco in molte persone. Perché penso che molte persone si stiano ponendo domande simili sulla loro vita, sul loro stile di vita, sul modo in cui affrontano la loro vita, su come queste cose si inseriscono nella loro vita, come queste cose si inseriscono nella loro vita familiare. E non è scontato, nel senso che ho fatto dischi… Per esempio, quando ho fatto The Future Bites cinque anni fa, il momento era pessimo per quel disco, perché era proprio quando il COVID era iniziato e tutti volevano sentirsi più vicini, e ho fatto un disco sull’essere molto distanti. Ma con questo disco, è l’opposto, sembra che il momento per questo disco sia stato davvero perfetto, perché le persone si stanno ponendo molte di queste domande. Quindi non so se questo risponda alla tua domanda, ma penso che sia un elemento universale. Credo che a prescindere da in quale paese ti trovi, le persone a riguardo adesso la pensano allo stesso modo. Sembra che ogni paese abbia a che fare con le stesse lotte politiche, che si spostano verso una sorta di trumpismo e di politiche di estrema destra e via dicendo. Sembra che stia accadendo a livello globale, internazionale. Il che è un po’ deprimente, ma tant’è.
Cristina: Perché non hai scelto di suonare dal vivo Staircase tra le varie canzoni da portare in questo tour?
SW: Quel brano lo abbiamo provato durante le prove audio. Non credo che lo faremo stasera, Cristina, perché non è ancora pronto, ma sarà incluso nello show.
Cristina: Per me sarebbe un regalo speciale, per tutti noi ovviamente!
SW: Sai perché non era nel mix fin dall’inizio? Perché sapevo che sarebbe stata una sfida suonare quel pezzo. È un brano musicale piuttosto impegnativo.
Cristina: Più di Impossible Tightrope che hai menzionato come difficile da suonare dal vivo?
SW: Sì, ancora di più. Perché Impossible Tightrope è tecnicamente una sfida da suonare. Staircase è difficile da… Come posso dirlo? È un brano musicale molto cinematografico. Non è complicato, non c’è niente di particolarmente difficile da suonare o altro, ma c’è qualcosa nel modo in cui arriva che è molto difficile da realizzare. Un po’ come The Overview, che è simile. Ha un senso di “viaggio” simile, ma lo abbiamo provato, quel viaggio. Abbiamo provato The Overview più e più volte, volando attraverso di esso. Staircase, credo, sarebbe stato un po’ troppo. Ma una volta che The Overview e il resto dello spettacolo sono andati lisci, abbiamo iniziato a provare Staircase, perché sentivo che c’era questo spazio nella testa di tutti. Quindi l’abbiamo provata e suonava bene, ma è una sfida, perché è un brano musicale molto cinematografico. La faremo. Ma mi dispiace, non stasera.

Anna Maria: È una promessa!
Cristina: Magari in Cile!? Oh, ma per me è impossibile andarci.
SW: Non stasera, mi dispiace! Ma per esempio (ci sono così tanti brani che avrei voluto suonare) Personal Shopper, mi sarebbe piaciuto molto prepararla.
Cristina: Anche sì, bellissima.
SW: Ma il punto è: quanti ne possiamo provare realisticamente? Perché volevo fare una panoramica di tutti i dischi, e sapevamo che avremmo fatto tutto. Quindi non voglio sconvolgere tutti. Quindi per certe cose… aspetterò. Sentiamo di avere sotto controllo tutto il resto, lo abbiamo centrato. Quindi penso che Personal Shopper sarà anche qualcosa che probabilmente inizieremo a imparare presto. Ci sono molti pezzi in The Future Bites che volevo davvero fare. Ma alla fine ho pensato di concentrarmi sugli ultimi due dischi.
Cristina: The Overview è bellissimo e ha avuto una bellissima risposta da parte del pubblico. La resa dal vivo è davvero impressionante, mi piace molto..
SW: Adoro cantarla e suonarla ogni sera. Dura 42 minuti, ma passa in un attimo, come se fossero 5 minuti. È così… Ma credetemi, ci sono state molte prove per arrivare a quel punto.
Anna Maria: Fidati, anche ascoltandola…
SW: …è intensa. Abbiamo lavorato duramente per far sì che funzionasse. Ne sono davvero contento.
Cristina: Nella nota trasmissione Desert Island Discs trasmessa settimanalmente su BBC Radio 4, la conduttrice Lauren Laverne chiede ai suoi ospiti chiamati “naufraghi” di scegliere 8 canzoni, 1 libro e 1 oggetto di lusso (inanimato e senza uso pratico) da portare con sé su un’isola deserta. Vuoi essere per oggi il nostro naufrago?
SW: Mi piacerebbe molto, ma non posso… Dovrei prepararmi. Onestamente, dovrei assentarmi per circa una settimana e pensare a cosa succederà. Perché mi stai chiedendo di… Quando ho scritto il mio libro (Limited Edition of One) ho elencato 200 canzoni e, credimi, ho lavorato sodo su quella lista. E anche quando è uscita la versione tascabile, non so se te ne sei accorta, ma l’ho cambiata di nuovo perché è come si fa a riassumere un’intera vita in…
Cristina: 8 canzoni!
SW: Wow!
Cristina: Suppongo che Lauren Laverne chieda agli ospiti di prepararsi prima.
SW: Probabilmente passerei un sacco di tempo a prepararmi. Ho alcuni film che sono sempre presenti: The Elephant Man di David Lynch: probabilmente, quando arriva al dunque, quello è il mio film preferito. Ma poi anche Under the Skin, Blade Runner. L’Esorcista è il mio film horror preferito. Credo sia più facile per me con i film. Ma con le canzoni… Wow. Riassumere una vita in 8 canzoni… non potrei.
Cristina: È impossibile anche per me.
Anna Maria: Se pensi a oggi, a questa ultima settimana, a una canzone che hai ascoltato… durante l’ultimo mese?
SW: Beh, questa è l’altra cosa, no? La relazione con la tua vita… Probabilmente accade meno con i film. I film che ho sempre amato sono quelli che amo ancora. Aggiungo qualche film alla lista di tanto in tanto. Under the Skin è relativamente nuovo, di soli 8 anni fa, ma ora è sicuramente nella mia lista dei preferiti. Ma penso che le canzoni che ami cambino seguendo i cambiamenti della tua vita. Mentre attraversi la vita, le canzoni che trovano eco con te cambiano. E riflettono dove ti trovi in un certo momento. Ci sono certe canzoni ogni volta che… Teardrop dei Massive Attack: penso che sia una di quelle che potrei dire in qualsiasi momento della mia vita sarebbe sempre nella top 10. Lo è sempre stata. E forse ce ne sono un paio così. Ma le altre potrebbero cambiare nel corso della mia vita. E sarebbe più difficile per me scegliere. Quindi non puoi mettermi con le spalle al muro in questo modo!
Anna Maria: Ma una è sufficiente. Perché è difficile decidere.
SW: Teardrop dei Massive Attack.
Cristina: È una domanda importante. Tipo, cos’è la musica per te?
SW: Cos’è la musica? Beh, questa è un’altra domanda esistenziale. Credo che a volte la gente me la ponga e si aspetti che io tiri fuori una lista di tantissimi brani prog rock.
Non so se ci sarebbero brani prog rock. Adoro il progressive rock, certo.
Ma penso che, a livello di canzoni, probabilmente quelle che sceglierei apparterrebbero a generi diversi. Sì, interessante. Domanda interessante.
Cristina: Ti ringraziamo, Steven.
SW: E’ stato un piacere per me.
