I 10 anni di Hand. Cannot. Erase.

I 10 anni di Hand. Cannot. Erase.

Quest’anno Hand. Cannot. Erase. compie dieci anni, anche se sembra che ne siano passati molti di più … o forse molti di meno. Sì, perché indubbiamente è un disco che ha quella rara qualità di vivere fuori dal tempo. Pubblicato il 27 febbraio 2015, in breve tempo, è diventato uno dei lavori più amati del nostro Steven. È stato acclamato sia dal pubblico che dalla critica, ottenendo valutazioni altissime: 5 stelle da The Guardian, 8.5 su 10 su PopMatters e ancora 5 stelle da Record Collector, solo per citare alcune testate.

Il titolo è tanto semplice quanto evocativo e Steven Wilson l’ha scelto con cura per racchiudere il senso più intimo del concept. Hand. Cannot. Erase. suggerisce che ci sono cose nella vita che, per quanto ci si affanni a rimuoverle, restano indelebili. Ricordi, errori, assenze, traumi, dolori … si può fingere che non ci siano più, ma la memoria di essi resta per sempre.

Il cuore dell’album batte al ritmo di una storia tragicamente vera, ovvero quella di Joyce Carol Vincent, una donna londinese che morì nel suo appartamento, sola, e rimase lì per più di due anni senza che nessuno se ne accorgesse. Aveva 38 anni, un passato brillante, amici, ex fidanzati, una famiglia. Non era una senzatetto né una reclusa. Eppure, il suo corpo fu ritrovato solo nel 2006, circondato da regali di Natale ancora incartati, la televisione accesa e la posta ammassata alla porta.

La storia di Joyce è talmente assurda da sembrare un’invenzione. Non a caso, nel 2011 anche la regista Carol Morley ha deciso di raccontarla in Dreams of a Life, un film-documentario che cerca di colmare il vuoto lasciato dalla sua scomparsa. Intervistando amici, conoscenti ed ex colleghi, il film prova a ricostruire non tanto come sia morta Joyce, ma come sia stato possibile che nessuno se ne sia accorto per così tanto tempo. 

Nel 2015, qualche anno dopo dall’uscita del film, partendo proprio dalla storia di Joyce, Steven dà voce a un’intima coscienza femminile a lei simile, ricostruendone la parabola esistenziale attraverso ricordi, desideri, fantasie e sensi di colpa. Nasce così un lavoro narrativo e sonoro di grande complessità, in cui si intrecciano cronaca, empatia e poesia.

I 10 anni di Hand. Cannot. Erase. – L’architettura del concept

Registrato nel settembre 2014 negli storici AIR Studios di Londra con i musicisti della formazione precedente, tra i quali Marco Minnemann e Guthrie Govan, questo concept si differenzia da The Raven That Refused to Sing per atmosfere e scelte stilistiche. Se il precedente era, in molti momenti, un omaggio cupo e classico al prog anni ’70, Hand. Cannot. Erase. è un’opera più moderna, multiforme, stratificata.

Steven ha dichiarato che qui ha voluto mettere in gioco tutte le sue influenze, dall’elettronica di Perfect Life al pop malinconico della title track, dal rock più duro di Home Invasion e Regret #9 alle maestose architetture prog di Ancestral. Non mancano omaggi nascosti, come il richiamo ai cori di bambini in stile Kate Bush o la voce fondamentale della cantante Ninet Tayeb che interpreta alcuni dei momenti più toccanti dell’album, tra cui la struggente Routine.

Una narrazione in musica

Il racconto si snoda attraverso flashback, lettere mai spedite, ricordi d’infanzia, momenti di pura allucinazione emotiva. Il personaggio femminile centrale, mai nominato, vive l’esperienza della disconnessione sociale in una metropoli iperconnessa: Londra, o qualunque altra città dove si può scomparire nel rumore di fondo delle vite altrui.

Nel brano Perfect Life, la protagonista evoca una sorella maggiore immaginaria con cui aveva un rapporto perfetto: “We had a perfect life”. Ma quella sorella, apprendiamo, non è mai esistita. È un tentativo della mente di costruire un passato migliore, più tollerabile.

Nel corso dell’album, il senso di isolamento cresce, diventa claustrofobico. In Routine si racconta la vita dopo una perdita, tra gesti ripetuti e rituali vuoti. Ancestral è una lunga suite che alterna aggressività e abbandono, in cui l’individuo regredisce fino ai suoi ricordi infantili nel tentativo di trovare un senso, un rifugio.

E poi c’è Happy Returns, forse il brano più dolce, costruito come una lettera mai spedita ai familiari: “Hey brother, happy returns. It’s been a while now I bet you thought that I was dead”. È il punto in cui la narrativa e la realtà si toccano: la donna “scomparsa” scrive a chi ha dimenticato. Ma quella voce, sappiamo, arriva con un “irreparabile” ritardo.

Il lascito di un album definito “necessario

Hand. Cannot. Erase. è un’opera d’arte totale che intreccia suono, narrativa, cinema e riflessione sociale. È anche un monito, poiché nel nostro mondo, la solitudine non è stata sconfitta, ma semplicemente è diventata più silenziosa.

A dieci anni dalla sua uscita, Hand. Cannot. Erase. continua a parlarci, forse oggi più che mai, in un’epoca in cui l’isolamento si fa sempre più diffuso e molte persone finiscono per confidarsi con un’intelligenza artificiale come ChatGPT, nella speranza che basti a colmare il vuoto della solitudine.

Novità sull’album

Recentemente uscita anche una nuova edizione pink&purple del disco, una variante speciale che aggiunge un ulteriore tocco di unicità.

Per acquistarla:

🛒Discoteca Laziale

🛒Burning Shed